Porterà il sole della sua Sicilia, il bilancio di un viaggio “divulgativo” che sta facendo in giro per l’Italia con il suo libro “La baracca degli intellettuali”. Porterà il valore del suo impegno culturale, sociale e civile in un luogo, il Presidio di Libera che è a Portici dove pure di impegni civili, culturali e sociali si vive. Cetta Brancato, drammaturga, poeta e scrittrice siciliana presenta a Portici sabato 4 dicembre alle 17.30 il suo libro di testimonianza contro ogni estremismo.


Di tutte le voci che la Sicilia, isola d’incanti e disincanti, possa avere oggi quella di Cetta Brancato, drammaturga, anima libera, donna fuori da ogni schema, poeta e visionaria, che non vuole etichette. Piena di passioni e di sensibilità. Voce di un femminile mai corporativistico perché non segue la comodità dei luoghi comuni. Cetta Brancato è sensibilità e forza, è visione ed impegno civile con quell’innata propensione a proteggere con il bene e la premura le sue persone care. Di Cetta Brancato è uscito da qualche mese un nuovo libro che porta la presentazione (a pagina 5) di Liliana Segre. Un acuto già dalle prime pagine per un libro che ri/esalta le grandi capacità letterarie di Cetta Brancato emerse a iosa anche nella sua “Baracca degli intellettuali” che ha pubblicato per i tipi de “La vita felice” edizioni. Così Liliana Segre ha scritto con cura ciò che pure sapeva per propria esperienza personale.

«La baracca degli intellettuali – ha scritto Liliana Segre – “drammatizza” la tragedia delle deportazioni e dello sterminio. Le deportazioni non furono tutte eguali. Solo il viaggio degli Ebrei e di poche altre minoranze era senza speranza, si concludeva con le camere a gas e i forni crematori. Ma certo anche i deportati politici e militari erano attesi nei campi tedeschi da condizioni terribili e spesso mortali. Questo rende tanto più mirabili il coraggio e la resistenza di quanti si opposero al nazifascismo. Come i politici che intrapresero la lotta clandestina e l’esilio, i partigiani che imbracciarono le armi, i lavoratori che organizzarono scioperi e sabotaggi, gli IMI che non vollero aderire alla repubblica-fantoccio di Salò: tutti costoro fecero “la scelta” anche a costo di subire il carcere e la deportazione, anche a costo della vita. La baracca degli intellettuali rinnova la sfida di fare arte dopo la Shoah. Il filosofo Theodor Adorno, che dovette cambiare il suo cognome Wiesengrund per scampare alla persecuzione antiebraica, scrisse una volta: «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro». Lo è se si scrive per noia o “nel tempo libero”, non se si riconosce nella poesia e nell’arte l’unico modo per provare a dire l’indicibile, per “rappresentare” l’irrappresentabile. Si sente ripetere spesso che la realtà supera la fantasia. Ma con la Shoah è una “realtà irreale”, cioè l’impossibile, a superare la realtà e a fortiori la fantasia. Per questo qualsiasi opera d’arte autentica ci riguarda, ci interessa, ci parla e ci interroga. Solo così, come esercizio di responsabilità spirituale e civile, la fantasia e la bellezza potranno recuperare il loro significato più alto e, direi anche, la loro “missione”». Poi l’affondo è nel cuore di un libro impegnativo che narra una storia reale e l’abilità narrativa di una drammaturga a tutto tondo che sa proporre alla scena il teatro che sa narrare il reale, le storie estreme, la mafia, la resistenza e oggi anche i campi di sterminio nazista».

Poi, appena una pagina più avanti e Giuliano Banfi firma la prefazione/genesi di questo atto unico in tre scene e ci fa capire da dove viene e cosa racconta questo nuovo libro di Cetta Brancato. «Mi sembra importante – scrive Giuliano Banfi – raccontare la genesi di quest’opera, evidenziare alcuni passaggi nodali e gli obbiettivi che ne hanno informato la stesura: è la narrazione di parte della storia della mia famiglia con l’efficacia comunicativa della rappresentazione drammaturgica. Sono gli eventi che hanno investito Julia, mia madre, Giangio mio padre, Lodovico Belgiojoso e lo studio di architettura e di urbanistica BBPR. Riguardano il periodo che va dal 10 marzo 1944, data dell’arresto di Banfi e Belgiojoso, colpevoli di cospirazione e attività clandestine di fiancheggiamento della Resistenza politica e partigiana, alla sofferta comunicazione di Lodo a Julia, datata 12 maggio 1945, della morte del marito avvenuta il 10 aprile dello stesso anno, venti giorni prima della liberazione del campo di Mauthausen. Tuttavia, questa storia di famiglia per i temi affrontati, per gli eventi descritti e le informazioni fornite trascendono gli aspetti individuali e intimi per rappresentare una dimensione collettiva e paradigmatica di una condizione disumana e criminale indotta da un’ideologia mortifera come quella del fascismo e del nazismo. Infatti, nel testo teatrale la narrazione degli eventi soggettivi è strettamente connesso alla fase più acuta e drammatica delle Deportazioni nei campi di sterminio, di concentramento, di lavoro coatto e, come tale, investe indiscriminatamente tutte le deportazioni classificate con triangoli di differenti colori e per nazionalità: quella politica, la razziale, militare, religiosa, dei meno atti, i disabili, i diversi, i malati di mente. Tutti, comunque, accomunati da un comune destino: lo sterminio generalizzato in quanto dichiarati nemici del Reich, una condanna a morte, “la soluzione finale”, cinicamente programmata e differenziata nei tempi. I contenuti dei foglietti di JuliaGiangio esprimono soprattutto l’amore che li lega, la loro fiducia nella vita, assieme a una speranza di una rapida conclusione della guerra, dell’avvento di una giustizia giusta nella libertà, di una società democratica e progressiva, di un mondo di pace e di fratellanza, della ricostruzione operosa del paese dai disastri di una guerra irresponsabilmente prodotta dal nazionalismo esasperato e dal razzismo intollerabile del fascismo e del nazismo.
Contemporaneamente i messaggi clandestini accennano anche al confronto politico tra i deportati per sviluppare contenuti e obbiettivi per costruire l’unità antifascista che è stata una caratteristica originale della Resistenza italiana».

Un libro d’impegno che sabato 4 dicembre, dopo aver “visitato” con l’Autrice, recentemente, le città di Milano e Roma approda anche a Portici presso i luoghi del Presidio di Libera dove Leandro Limoccia, anima e “padrone di casa” ha deciso di mettere a disposizioni gli spazi del Presidio per una causa affine alle tante che Libera porta avanti contro ogni sopruso e illegalità. Assieme a Leandro Limoccia ci saranno Ciro Raia esponente di punta dell’ANCI e il giornalista Francesco De Rosa a parlare, con Cetta Brancato, di un libro, il suo, che riflette e documenta una storia di vita reale ed incredibile vissuta nel dramma delle deportazioni nazi/fasciste.

Qui Giuliano Banfi

in redazione

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